Consigli per l’estate: il contatto con la medusa

Le meduse sono organismi invertebrati, con una forma a campana, che racchiude una cavità intorno alla cui base partono dei tentacoli filiformi. Hanno un sistema nervoso elementare che permette loro di odorare, rilevare la luce e rispondere ad altri stimoli. Le parti del corpo si irradiano da un asse centrale che permette loro di rilevare la presenza di cibo o rispondere a un pericolo da qualsiasi direzione, e sui loro tentacoli (che, in alcuni casi, riescono a raggiungere i 10 metri di lunghezza) sono posizionate delle cellule di difesa al cui interno si trovano una sorta di “sacchetti” chiamati nematocisti contenenti un liquido urticante, nonché delle piccole formazioni appuntite a spirale (chiamate spicole), che funzionano come se fossero delle piccole frecce.

Ciò che accade a seguito del contatto o di una distanza troppo ravvicinata a un tentacolo è che le nematocisti rimangono attaccate alla pelle e le spicole liberano le loro sostanze urticanti, e ciò può avvenite anche a distanza di ore dal contatto.

Pertanto, è improprio parlare di punture di medusa, in quanto queste ultime non pungono, né mordono, bensì rilasciano il loro liquido urticante, composto da amminoacidi come tetramina, 5-idrossitriptamina, istamina e serotonina, e proteine sensibili al calore, che possono innescare diverse reazioni allergiche.

In un primo momento, si avverte una sensazione di forte bruciore e dolore; la pelle si irrita e si formano dei segni come linee incrociate rosse e gonfie (eritema ed edema) con formazione di piccole vescicole. Non si tratta di un’ustione, bensì dell’azione irritante delle tossine rilasciate, la quale comincia ad attenuarsi già dopo 10-20 minuti dal contatto, mentre resta una intensa sensazione di prurito.

Possono, inoltre, manifestarsi dermatiti (che, a loro volta, possono causare pigmentazione, cicatrici e ispessimenti della pelle); allergie di diversa intensità e gravità; dolore persistente ed effetti agli organi interni, se le sostanze urticanti entrano nel circolo sanguigno. Nel caso dei bambini, se viene colpita un’area più estesa del 50% del corpo, l’intensità di dolore e del bruciore può diventare insopportabile.

Infine, anche se nei nostri mari ciò accade molto di rado, possono subentrare complicanze come difficoltà respiratorie, visione offuscata, vomito, nausea, mal di testa e dolori muscolari, vertigini, stato confusionale e convulsioni. In tal caso, come in caso di gravidanza, bisogna ricorrere a un consulto medico, recandosi in Pronto soccorso o chiamando il 118.

Per tutti gli altri casi, invece, vediamo insieme cosa fare e cosa NON fare, quando si entra in contatto con una medusa:

• rimanere calmi, respirare normalmente e uscire dall’acqua;

• una volta fuori dall’acqua, verificare che non siano rimaste attaccate parti della medusa (nematocisti) e/o rimuoverle senza toccarle, aiutandoci con qualche oggetto che ci permetta di raschiare delicatamente la cute (tipo una spatola, una tessera di plastica, ecc.);

• sciacquare la parte interessata con acqua di mare, NON acqua dolce perché causerebbe la rottura delle nematocisti ancora intatte e il rilascio di altro liquido urticante;

• dopo aver eliminato tutti i residui, fare impacchi freddi (a effetto analgesico), facendo attenzione a che il ghiaccio non entri in contatto con la pelle;

• applicare un gel astringente al cloruro di alluminio, che serve a lenire il prurito e a bloccare la diffusione delle tossine (è lo stesso usato per le punture di zanzara);

• coprire la parte colpita e NON esporla al sole, o in casi di impossibilità, usare schermi solari totali, perché provocheremmo macchie e cicatrici sulle zone colpite;

• NON grattarsi, né strofinarsi con sabbia o pietre calde;

• NON usare rimedi contenenti ammoniaca (come anche l’urina), alcol o aceto perché non hanno alcuna azione sul liquido urticante delle meduse e potrebbero aggravare ulteriormente l’irritazione; stesso dicasi per le creme antistaminiche o a basso contenuto di cortisone, in quanto agiscono dopo circa 30 minuti, lasso di tempo in cui gli effetti principali dovrebbero scomparire naturalmente.

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